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L'ACCOGLIENZA

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Agricoltura e Pastorizia
Per molto tempo le genti apuane sono sopravvissute grazie ad una agricoltura di sussistenza fondata sulla coltivazione di poche specie alimentari e sull’allevamento di bestiame, prevalentemente ovino e caprino, secondo il tradizionale metodo della transumanza. In questo contesto, la coltivazione del castagno, il taglio del bosco e successivamente la produzione del carbone vegetale, hanno a lungo rappresentato una significativa integrazione del reddito di non poche famiglie

Fino a qualche decina di anni fa, l’agricoltura apuana si caratterizzava ancora per lo sfruttamento di aree poste sopra il limite delle abitazioni permanenti e caratterizzate dalla presenza di insediamenti più o meno sparsi, abitati solo nella stagionalmente, circondati da praterie ad uso pascoli e superfici coltivate e terrazzate a ciglioni erbosi. Esistevano due modelli principali di alpeggi, quello più semplice, aveva edifici ad un solo piano, bassi e murati a secco, che erano spesso detti "capanne" ( Capanne di Giovo, Capannelli del Sagro….) e servivano prevalentemente, nel periodo estivo, al pastore seminomade che passava gli inverni nelle pianure lucchesi, pisane e anche nella più lontana Maremma. La seconda tipologia di alpeggio prevedeva invece la presenza di abitazioni a due piani, in muratura e talvolta articolate in più vani, dette "caselli", "casette" o "case dell’alpe". Si svolgeva qui un insieme complesso ed integrato di attività agro-silvo-pastorali che, al "governamento delle bestie minute e grosse" alternava coltivazioni a grano, granturco, segale e patate, oltre al taglio della legna e del fieno. Siamo, dunque, in presenza di un agricoltore-allevatore, quasi stanziale che limitava i suoi spostamenti tra i due villaggi, l’uno permanente-accentrato, posto a quota più bassa, l’altro temporaneo-sparso posto più in alto. Sentieri e mulattiere collegavano agli alpeggi, quelle stesse che oggi costituiscono il fulcro del sistema escursionistico del Parco. Di particolare interesse, diventa, allora, gli itinerari che conducono alla riscoperta degli alpeggi apuani, alcuni ormai completamenti abbandonati e in rovina, altri ancora percorsi da una linfa vitale , legata proprio al permanere della presenza umana e delle sue attività economiche in situazioni tuttora molto isolate.

Capanne di Giovo è un insediamento di piccoli edifici pastorali posto sul versante sud del Pizzo d’Uccello a circa 1250 m.slm, si distinguono ancora i ruderi di 20 costruzioni in pietra adagiate dove il terreno è meno acclive su un area ampia oltre 8 ettari tanto da risultare un insediamento assai disperso. Le capanne si trovano a circa 1.30 di cammino dal paese di Vinca ( segnavia CAI 175) sul percorso che collega il paese di Vinca a Foce a Giovo alla Val Serenaia.

Campocatino è un insediamento di un centinaio di caselli alle pendici del monte Roccandagia, concentrati su un area di circa 8 ettari ad una quota intorno ai 1000 metri. Il considerevole numero di edifici presenti e le serrate relazioni fisiche e formali tra loro sviluppatesi, fanno di questo agglomerato quello con le maggiori caratteristiche di urbanità nel panorama degli insediamenti pastorali delle Alpi Apuane. A sancire il passaggio di queste valli da un economia agricola-pastorale ad una prevalentemente legata all’escavazione del marmo, resta San Viano, mite eremita che abitava questi luoghi e a cui tutta la comunità di Vagli è ancora oggi molto devota, prima protettore dei pastori, ora di tutti coloro che lavorano alle cave. Campocatino si raggiunge in auto grazie alla rotabile che congiunge i paesi di Vagli e Gorfigliano, ed è sicuramente uno dei luoghi più conosciuti e frequentati dell’intera catena, ma merita ripercorrere, una volta ancora, la vecchia mulattiera che da Vagli di Sopra, dapprima ripidamente, poi con più ampi tornanti conduce direttamente alla verde conca prativa in poco più di mezz’ora di cammino( segnavia CAI 177).

Puntato è un insediamento di piccole case alle pendici del Monte Corchia, situato dove il versante è meno acclive, a 1000 metri sul livello del mare. Gi edifici, circa una cinquantina, sono distribuiti su una vasta area di circa 100 ettari, dando luogo ad un insediamento molto rarefatto; d’altro canto lo sviluppassi di una residenzialità prolungata, ha determinato la nascita di edifici specialistici quali la chiesa e molte maestà poste sulle mulattiere di collegamento. Le case, tutte costituite da diversi vani, si sviluppano su due livelli, con spazi specializzati sia all’interno che all’esterno , pensiamo ad esempio al forno o al metato, che fanno di queste case un vero e proprio microcosmo rurale pronto a vivere in piena autonomia e autosufficienza. Ed è proprio qui al Puntato che l’attività agricola tradizionale diventa il modo per imparare a vivere in sintonia con la natura e in armonia con se stessi, finché questo luogo, non raggiunto da strade, continuerà ad essere amato, curato e rispettato come lo è adesso.

Diverse sono le possibilità per raggiungere il Puntato, qui segnaliamo la via più frequentata che parte dalla località Tre Fiumi, sulla strada provinciale di Arni, e per segnavia CAI 128 giunge all’alpeggio in circa 1.30 di cammino.




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