Secoli di alluvioni - Il Parco per l'alluvione

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Secoli di alluvioni

musica: “Dolcenera” di Fabrizio De André, da “Anime salve” (BMG Ricordi 1996)
La storia degli eventi alluvionali di questo tratto delle Alpi Apuane, ha sempre mostrato due diversi modelli di sviluppo del fenomeno. Nel tratto montano del fiume, sono state soprattutto le frane, a seguito di copiose piogge, a rappresentare l'elemento distruttivo di maggior rilievo. I danni alle opere civili sono avvenuti quasi esclusivamente a carico di edifici industriali (ferriere, segherie, ecc.), poiché costruiti a ridosso nell'alveo, con il fine di sfruttare al meglio l'energia delle acque. Invece, nella breve pianura, il Versilia ha rotto spesso i suoi angusti e deboli argini, o perché portato lungo tragitti innaturali, con curvature a gomito o privi di casse di laminazione, o perché condizionato da tratti pensili e quindi sopraelevati rispetto al piano di campagna.
Tuttavia, risultano male documentate le notizie di alluvioni nel corso del Medioevo e del Rinascimento. Sappiamo soltanto che - a seguito dell'abbandono del porto di Motrone (XV sec.) e delle opere di regolazione idraulica del fiume Versilia - la pianura di Pietrasanta era talvolta soggetta ad allagamenti, con distruzione di colture e sviluppo indesiderato di ristagni malsani.

Dal 1559 al 1573, un'opera grandiosa di bonifica fu condotta dall'aretino Lorenzo Bigonciaio con il fine di liberare il “Piano di Pietrasanta” dall'incubo di piene disastrose. L'intervento previsto e realizzato fu quello di deviare gran parte delle acque del Versilia, in direzione delle paludi del Moragno e del Tribbione, non lontane dal lago di Porta. Al termine dei lavori, il “fiume nuovo” assunse una pericolosa piegatura di corso - da sud verso ovest - che, d'allora, ha sottoposto la zona di S. Bartolomeo-Ponterosso al rischio di rotture d'argini e di allagamenti (vedi 1885, 1902, 1952 e 1996).
Con il XVII secolo le notizie di piene ed inondazioni si fanno più frequenti. Il 2 novembre 1623, le grandi piogge autunnali avevano ingrossato talmente il fiume Versilia che, oltre a rompere gli argini ed inondare la pianura, si era portato via un pezzo di strada romana (l'attuale Aurelia). Il 15 settembre 1629, a Seravezza, ci furono 4 ore di pioggia a dirotto e, nell'occasione, fu suonata l'Ave Maria e il “doppio”. Il 14 successivo, chicchi di grandine grossi come uova uccidevano molti germani, oche e altri uccelli nelle paludi e nei laghi della pianura versiliese. Ancora il 23 dello stesso mese, venne una pioggia violenta e crudele che fece esondare il fiume Versilia nella piazza di Seravezza, rovinando la mercanzia nelle botteghe e le “steccaie” lungo l'alveo.

Notizie di piene distruttive si hanno pure per il 1662, quando la ferriera del Cardoso fu portata via dalla forza delle acque. Un secolo più tardi, precisamente il 27 settembre 1774, ancora il torrente di Cardoso provocò frane e distruzioni. Vincenzo Santini (1859) riporta una descrizione precisa dell'accadimento, da cui ne deriva una dinamica assai simile a quella verificatasi negli stessi luoghi, il 19 giugno 1996 (grandine a parte): “Piovve talmente (...) per otto ore continue, che, gonfiato oltremodo il torrente di Cardoso, rovesciò da 7 a 8 case, e varii mulini distrusse, oltre alle frane che avvennero, e gli abbattimenti d'alberi e di castagni: ed era tal pioggia mescolata con grandine grossa come noci, la quale si inalzò un braccio sopra il suolo, e poco mancò che Serravezza non andasse tutta sotto acqua, essendo ivi arrivata improvvisa la piena a ore 8 di Francia, con sorpresa e spavento dei Terrazzani e dei Villeggianti, nel momento appunto della cena”.
Di piene eccezionali si ha sommaria notizia nel 1663, 1679, 1750 e 1819. Di quest'ultima - avvenuta il 2 ottobre - rimane a Seravezza, sull'angolo della piazza principale, la lapide che indica il segno raggiunto dalle acque straripate.
Ancora nella metà del secolo scorso, il fiume Versilia allagava, ogni anno, la pianura nei pressi di Ponte di Tavole, rovinando foraggio e grano, in primavera e durante l'estate piovosa. Nel 1845, il fiume uscì di nuovo dall'alveo, in diversi punti lungo tutto il suo corso, anche nella parte montana.

Trascorsero poi quarant'anni di relativa quiete, fino alla ore 22 del 25 settembre 1885, quando una pioggia del tutto eccezionale si abbatté sulla Versilia e soprattutto imperversò nella valle del torrente Serra, con una piena che superò di ben 2,7 m in altezza la precedente del 1845.
La rivista “Illustrazione Italiana” (XII, 46, 1885), sotto il titolo “Il disastro di Seravezza” racconta i drammatici eventi di quei giorni: “Il nubifragio (...) trascinò giù dai monti molti detriti o spurghi delle cave marmoree, coi quali rialzò il letto dei due fiumi Vezza e Canale di Riomagno dove di tre, dove di più o meno metri. L'irrompente fiumana (...), nel breve giro di due ore, tolse il lavoro e arrecò la miseria a molte centinaia di operai. Molti furono gli esempi di coraggio ed abnegazione: donne e bambini già travolti nelle acque furono salvati mirabilmente fra il rotolare dei sassi e l'irrompere dei legnami galleggianti; taluno si salvò colla famiglia passando sopra alberi rimasti impigliati nelle strade tramutate in torrenti; altri appena scampato il pericolo, si esponeva bravamente a nuovo pericolo per salvare delle persone bloccate nelle case crollanti; altri infine riusciva a salvare i propri cari, aggrappandosi alle finestre, mentre il pavimento sprofondava sotto i suoi piedi”. Fortunatamente, non ci fu nessuna vittima umana.

Apocalittica e terrifica dovette presentarsi agli occhi dello scrittore Enrico Pea - allora bimbo di appena quattro anni - la rovinosa piena del 1885. Le immagini drammatiche di quelle ore rimasero così impresse nella sua mente dello scrittore che, molti anni dopo, riusciva ancora a raccontarle, con lucida precisione, nelle pagine di Moscardino (1922): “il fiume che va verso il mare pareva avesse fatto bottaccio. L'acqua andava elevandosi come se il paese dovesse convertirsi in un lago. Il Re di pietra in mezzo alla piazza camminava sull'acqua e, intorno a lui, galleggiavano i corbelli della minestra, i barili del rumme, le damigiane sboccate, le bottiglie dei droghieri svizzeri e le pannine degli ebrei. Il pulpito di legno e le panche della chiesa dell'Annunziata parevano i resti di un barco sfasciato dalla tempesta.
La chiesa dell'Annunziata franò per la prima. Vicino al ponte strozzato dai travi, dalle porte di segheria scardinate, da pale di ruote motrici e da utensili di cave. Anche le croci i torrenti avevano divelto dal cimitero a mezzo monte e trascinato nel fiume. Cristo in croce, fu visto galleggiare verso il mare...”.
Le acque vorticose della “piena dell'85” si trascinarono dietro 17 abitazioni (5 alla Desiata, 6 a Riomagno e 6 a Seravezza) e molte altre rimasero assai rovinate, insieme a 30 negozi completamente sommersi dal fango. A ciò vanno aggiunti diversi ponti distrutti (Annunziata, Ceragiola, Foggi), 7 mulini diroccati e 5 fortemente danneggiati, nonché 8 segherie di marmo ridotte ad un cumulo di macerie e le restanti sommerse dalle acque, da cui derivano avarie e talvolta mesi d'inattività.

I danni maggiori si registrarono a Seravezza, vuoi per la sua struttura urbana, che restringeva l'alveo, vuoi per l'ingente massa di detriti di marmo che, in quegli anni di sviluppo estrattivo, avevano innalzato il letto del fiume.
Nel solo Comune di Seravezza, furono accertati danni ai beni industriali, agricoli e civili per oltre un milione e mezzo di lire del tempo. Il principale intervento idraulico che ne seguì, sullo spirare del secolo, fu quello realizzato dal Genio Civile nello stesso capoluogo, per una migliore confluenza dei torrenti Serra e Vezza, attraverso una piccola ma efficace deviazione verso valle di quest'ultimo corso d'acqua. I lavori di scavo e riempimento, eseguiti dagli “scariolanti” pisani, determinarono l'attuale conformazione urbana del centro storico di Seravezza.
    Di lì a poco, l'11 ottobre 1902, la più grande “piena” conosciuta a memoria d'uomo, alzò il livello del fiume a 7 metri, sorpassando di 150 centimetri il precedente record. Per tutto il corso del Versilia, e pure del Serra e del Vezza, ci furono ancora strade strappate dalle acque, case e ponti crollati, con la campagna ricoperta di sabbia e di pietrisco. A Seravezza, la piena distrusse diverse opere di arginatura, conseguenti agli eventi alluvionali del 1885, tra cui la demolizione del “pennello” di nuova confluenza tra i sopra detti torrenti, comunemente conosciuto come “Puntone”.

Nella zona di S. Bartolomeo - come è avvenuto ancora il 19 giugno 1996 - il fiume ruppe l'argine e, per un tratto di 300 metri, cancellò la linea ferroviaria Pisa-Genova, sollevando le traversine e abbattendo i due binari, ridotti ormai a ponti pensili sui campi sottostanti. Al transitò interrotto si ovviò con il trasbordò dei passeggeri su calessi e altre “vetture” opportunamente “arruolate”. Questa volta ci “scappò pure il morto”: un contadino travolto da una frana insieme alla sua casa.
La cronaca la ricaviamo ancora dalle pagine della rivista “Illustrazione Italiana” (XXIX, 43, 1902), che dedica all'alluvione perfino la copertina del periodico e ricollega i fatti disastrosi del 1902 a quelli tristemente famosi e già detti del 1885: “A diciassette anni di distanza, questa vallata versiliese (...) ha veduto (...) le sue strade, nuovamente rovinate, strappate dalle acque, i ponti crollati, le case, le campagne allegate ricoperte di sabbia e di pietrisco, e ciò nello spazio di poche ore, quanto bastarono perché i ruscelli, divenuti corsi vorticosi e torrenti, rovinassero giù dalle vicine montagne, travolgendo in una ridda macabra le risorse, la ricchezza di un'intera popolazione”.

Nella storia delle alluvioni nel bacino idrografico del Fiume Versilia ricorrono episodi dall'andamento simile: poche ore di pioggia intensissima, che si portano dietro colate di detriti e alberi, mentre i corsi d'acqua si riempiono all'inverosimile, aggredendo - nella loro folle corsa - strade, ponti, opifici e talvolta case. Durante la prima metà del XX secolo, alcuni episodi alluvionali minori (1935 e 1938) hanno riproposto l'identica teoria di frane, smottamenti, rotture d'argini e tracimazioni. In tempi ancora più recenti sono da ricordare le piene del novembre 1952, del novembre 1959 e del novembre 1966.
Gli eventi si sono tutti estremamente concentrati su brevi porzioni di territorio, benché i loro effetti siano risultati particolarmente distruttivi. Grandi quantità d'acqua, canalizzate talvolta lungo la viabilità e poi riversate bruscamente lungo versanti ripidi, su terreni detritico-argillosi, riescono a provocare eventi di frana di piccola estensione, ma ad evoluzione rapida e distruttiva, in occasione di precipitazioni eccezionali, spesso estive.

Di particolare portata distruttiva è stata poi l'alluvione dell'11 luglio 1992 (a novanta anni dalla grande piena del 1902). L'evento ha interessato principalmente il versante centro-occidentale delle Alpi Apuane, con “epicentro” nella zona del Monte Altissimo. I dati pluviometrici riportano, nell'occasione, un afflusso meteorico elevato e concentrato nel tempo: fino a 170 mm di pioggia in appena sei ore. Soprattutto intorno all'abitato di Seravezza e in diverse frazioni della sua parte montana, si sono avuti moltissimi movimenti franosi, rapidi e violenti, che hanno causato lesioni e crolli ad abitazioni, con ben due vittime (una in loc. Fucina di Seravezza e l'altra all'Argentiera).
Nel tratto planiziale, il Versilia ha dato luogo a tracimazioni e rotture di argini in più punti, con allagamento del territorio circostante, assai interessato da attività industriali, agricole e da insediamenti civili sparsi. L'11 luglio 1992, il fiume è uscito dall'alveo alla Serra di Pozzi, a Pontaranci e ha rotto l'argine destro in corrispondenza della nuova strada provinciale per Forte dei Marmi e all'altezza del depuratore consortile. Le acque del Versilia hanno poi invaso, per rigurgito, anche il fosso Bonazzera e sono tracimate nei campi bassi intorno all'area dell'ex lago di Porta (Bartelletti e Nepi, 1996).


 
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